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Tribunale di Sorveglianza di Potenza - Ministero della Giustizia

Tribunale di Sorveglianza di Potenza
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Servizi per il Professionista

Il dominio Giustizia rende disponibile una sezione di consultazione dei servizi utilizzabili dai professionisti (Avvocati, Professionisti delegati, Curatori, CTU e Periti Penali ecc.).

Non vi è dubbio alcuno, infatti, che la pubblicazione di siti internet costituisce già da tempo in molti uffici giudiziari italiani un’opportunità offerta dalle nuove tecnologie per perseguire trasparenza, efficienza ed efficacia per l’intera struttura giudiziaria.

In siffatta ottica i vertici dell’Ufficio, giudiziario e amministrativo, hanno ritenuto che con la realizzazione di siffatto progetto potessero perseguirsi i seguenti obiettivi:

• creare una vetrina di informazione aperta a tutti i professionisti;
• fornire indicazioni sulle attività degli uffici;
• ridurre, in prospettiva, l’accesso di pubblico presso le cancellerie;
• mettere i visitatori del sito in condizione di agevolare l’approccio ai servizi di base, fornendo indicazioni sulle procedure, sui costi e sulla modulistica;
•costituire un canale di comunicazione interna, destinato al personale amministrativo e ai magistrati;
• rappresentare un veicolo di trasmissione dei contributi dottrinari e giurisprudenziali per tutto il circondario;
• ampliare la conoscenza interna dei fluissi di lavoro e semplificare, ove possibile, le procedure, mediante un interscambio virtuoso di informazioni;
• garantire un servizio più efficace, sì da rispondere meglio alle esigenze della utenza.

Il Tribunale di Sorveglianza, progettando un sito Internet, ritiene di avere intrapreso un percorso finalizzato a favorire la configurazione di un nuovo rapporto tra il professionista e l’Amministrazione, rendendo altresì manifesta la funzione di servizio nei confronti dell’utenza che gli uffici giudiziari sono chiamati a rendere.

le istanze potranno esere presentate in formato cartaceo presso le Cancellerie. 

 In alternativa  il deposito può essere effettuato in  formato telematico  ESCLUSIVAMENTE  utilizzando i  seguenti indirizzi:

depositoattipenali.tribsorv.potenza@giustiziacert.it

depositoattipenali.uffsorv.potenza@giustiziacert.it

ai sensi e nelle forme di cui agli artt. 111 e 111 bis c.p.p. nonchè degli artt. 87, 87bis disp. trans. D.L. n. 162/2022 convertito in legge il 30/12/2022 n. 199 

 

INFORMAZIONI

La persona condannata che si trovi in disagiate condizioni economiche e che intenda avviare un procedimento di Sorveglianza (istanza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione, o per la rateizzazione della pena pecuniaria, o di riabilitazione, o quant’altro di competenza della Magistratura di Sorveglianza) può chiedere di essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato, detto anche “patrocinio gratuito”. Se la richiesta sarà accolta, le spese relative al procedimento, prima tra tutte quelle per l’avvocato difensore (la cui assistenza, trattandosi di procedimento penale, è obbligatoria) saranno sostenute dallo Stato. Il patrocinio gratuito è regolato dalla Parte III (artt. 74-145) del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia”, in applicazione dell’art. 24 della Costituzione che riconosce l’assistenza legale gratuita alle persone meno abbienti.


LIMITI DI REDDITO

Si può ottenere il beneficio qualora la somma dei redditi imponibili (detti anche “lordi”, cioè prima delle trattenute fiscali) di tutti i componenti del nucleo familiare del richiedente, come risultano dall’ultima dichiarazione Irpef, non superi i 12.838,01 euro, aumentati di 1.032,91 euro per ogni familiare convivente. Tale limite, aggiornato con D.M. 10/05/2023 in Gazzetta Ufficiale n. 130 del 06/06/2023, è riveduto ogni due anni e comprende anche eventuali redditi esenti dall’Irpef o soggetti a imposta sostitutiva o a ritenuta alla fonte.

Qualora la causa in discussione veda il richiedente opposto a un familiare, si considera soltanto il reddito del richiedente (art. 76, 77 e 92 D.P.R. 115/2002).


ESCLUSIONI

Secondo gli artt. 91 e 76, comma 4-bis, del Testo unico in materia di spese di giustizia, non possono essere ammessi al gratuito patrocinio gli imputati o condannati per reati fiscali o per reati di associazione mafiosa (previsti dall’art. 416 bis c.p.), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (previsti dall’art. 74 D.P.R. 309/1990), associazione finalizzata al contrabbando. Inoltre, non possono essere ammessi al gratuito patrocinio coloro i quali nominino un secondo difensore di fiducia.


PRESENTAZIONE E SOTTOSCRIZIONE DELLA DOMANDA

La domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato può essere presentata assieme all’istanza a cui si riferisce (se si chiede, ad esempio, la concessione di una misura alternativa alla detenzione o la rateizzazione della pena pecuniaria) oppure dopo aver ricevuto dal Tribunale o dall’Ufficio di Sorveglianza la comunicazione della data dell’udienza (“Decreto di fissazione udienza”).

La domanda, in carta semplice (senza marche da bollo), può essere presentata dall’interessato o dal difensore di fiducia. Va indirizzata al Tribunale oppure all’Ufficio di Sorveglianza, a seconda dell’istanza presentata. Può essere spedita a mezzo lettera raccomandata.

Se è l’interessato a presentarla, la deve firmare e deve allegare la fotocopia di un documento di identità (altrimenti la domanda non è ammissibile).

Se la domanda è presentata dal difensore, deve essere firmata dall’interessato e la firma autenticata dal difensore (altrimenti non è ammissibile).

Se l’interessato è detenuto o internato, può presentare la domanda all’ufficio matricola dell’istituto penitenziario, firmandola in presenza di un addetto che autenticherà la firma oppure allegando fotocopia di un documento di identità, e l’ufficio trasmetterà la domanda alla cancelleria del Magistrato competente.


COMPILAZIONE DELLA DOMANDA

Il contenuto della domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato è previsto dall’art. 79 del D.P.R. 115/2002. La domanda pertanto deve contenere, a pena di inammissibilità:

l’indicazione del procedimento a cui si riferisce (riportando l’oggetto dell’istanza per la quale si chiede il patrocinio gratuito e, possibilmente, il “numero Sius” scritto in alto a sinistra nel “Decreto di fissazione udienza”);

le generalità e il codice fiscale dell’interessato e di tutti i componenti della famiglia anagrafica;

una “dichiarazione sostitutiva di certificazione”, dove si attesta che il reddito imponibile complessivo rientra nei limiti stabiliti dalla legge, indicandone l’ammontare (per i limiti di reddito e le modalità di calcolo, vedi quanto spiegato in precedenza);

l’impegno a comunicare ogni variazione dei redditi rilevante ai fini della concessione del beneficio, entro trenta giorni dalla scadenza di un anno dalla presentazione della domanda o dalla presentazione della comunicazione reddituale precedente (per esempio, se la domanda di gratuito patrocinio è datata 15 giugno 2013, con indicati i redditi relativi al 2012, entro il 16 maggio 2014 si dovranno comunicare i redditi del 2013). Nella domanda, si può indicare il nome di un avvocato di fiducia, scegliendolo tra quelli iscritti negli appositi elenchi predisposti dall’Ordine degli avvocati (gli elenchi degli avvocati disponibili per il patrocinio a spese dello Stato, per tutte le circoscrizioni giudiziarie della Basilicata, sono pubblicati nel sito www.ordineavvocatipotenza.it ) oppure ci si può rimettere al difensore nominato d’ufficio.


ALLEGATI

Alla domanda è opportuno allegare la documentazione comprovante le condizioni reddituali: modelli Cud, modelli 730, estratti conto bancari da cui risultino gli accrediti da stipendio o pensione, o altra documentazione reddituale dell’interessato e dei familiari conviventi. Ovviamente se si dichiara che non vi è alcun reddito e non si hanno disponibilità economiche, nulla può essere allegato e farà testo la “dichiarazione sostitutiva di certificazione”. E’ anche opportuno indicare (allegando la relativa documentazione) se si è proprietari di beni immobili o mobili registrati:

immobili, specificando se si tratta della casa dove si abita e se vi sono altri comproprietari;

mobili registrati (veicoli con targa), specificandone tipo, modello e anno di immatricolazione.


VERIFICHE E SANZIONI

Il Magistrato può chiedere alla Guardia di finanza di effettuare i relativi controlli, anche sul tenore di vita, condizioni personali e familiari, attività economiche. Nel caso le dichiarazioni reddituali contenute nell’istanza risultino incomplete o false o nel caso non vengano comunicati eventuali aumenti di reddito dopo la concessione del gratuito patrocinio, oltre a non ottenere il beneficio (o doverlo restituire), l’interessato va incontro a pesanti sanzioni penali (reclusione da uno a cinque anni, art. 95 del D.P.R. 115/2002).


CITTADINI DI STATI NON APPARTENENTI ALL’UNIONE EUROPEA

Se il richiedente è un cittadino di Stati non appartenenti all’Unione europea, la dichiarazione che indica l’ammontare del proprio reddito imponibile prodotto all’estero deve essere corredata da una certificazione che ne attesti la veridicità, rilasciata dall’autorità consolare del paese d’origine. Questa certificazione può essere presentata anche dal difensore o da un familiare del richiedente, nel caso si tratti di persona detenuta o internata.

ESITOEntro dieci giorni dalla data in cui è pervenuta l’istanza, se è completa, se sussistono le condizioni reddituali previste dalla legge e se non vi sono fondati motivi per ritenere che l’interessato disponga di redditi superiori, il Magistrato ammette il richiedente al patrocinio a spese dello Stato. In caso di rigetto, l’interessato può presentare ricorso. Se la domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato viene accolta, l’onorario e le spese spettanti al difensore saranno liquidati dall’amministrazione giudiziaria. Nulla pertanto sarà dovuto dall’assistito all’avvocato.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • Art. 24 della Costituzione della Repubblica Italiana;
  • D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, “Testo unico in materia di spese di giustizia”, parte III (artt. 74-145);
  • D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, “Disposizioni legislative in materia di documentazione amministrativa”, in particolare gli artt. 38, 46, 47, 48, 75, 76.

RICORSI
Avverso il decreto di rigetto è ammesso, entro venti giorni dalla notizia, ricorso al tribunale che procede in composizione monocratica. Il ricorso va notificato all’Ufficio finanziario che è parte nel processo.

Ai sensi della circolare 6 maggio 2003 senza numero, Min. Giust. Dip, Aff. Giustizia sono assoggettati al pagamento del contributo unificato, i ricorsi in materia di onorari di avvocato (legge 794/42) il ricorso avverso il rigetto di ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato in materia penale e l’opposizione al decreto di pagamento del compenso agli ausiliari del magistrato o ai collaboratori che abbiano prestato la propria attività nell’interesse del procedimento.

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INFORMAZIONI

La legge 26 novembre 2010, n. 199, “Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno”, ha ampliato i criteri di concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare. Un anno dopo, il decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211, "Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri", all'art. 3 ha elevato a diciotto mesi il limite di pena entro cui la detenzione domiciliare può essere richiesta.

 

I provvedimenti consentono ai condannati, con pena detentiva (anche residua) non superiore a diciotto mesi, di scontarla presso la propria abitazione o un altro luogo, pubblico o privato, che lo accolga.

Non si applica:

  • ai condannati per i reati particolarmente gravi (quelli previsti dall’art. 4 bis della legge sull’ordinamento penitenziario, vedi “glossario”);
  • ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza (artt. 102, 105 e 108 del codice penale);
  • ai detenuti sottoposti al regime di Sorveglianza particolare (art. 14 bis della legge sull’ordinamento penitenziario);
  • qualora vi sia la concreta possibilità che il condannato possa darsi alla fuga o commettere altri delitti;
  • qualora il condannato non abbia un domicilio idoneo alla Sorveglianza e alla tutela delle persone offese dal reato commesso.

Nel caso la condanna a diciotto mesi – o meno – di reclusione sia comminata a una persona in libertà, è lo stesso pubblico ministero che, al momento della condanna, ne sospende l’esecuzione, accerta l’esistenza e l’idoneità dell’alloggio o, se si tratta di persona tossicodipendente o alcool dipendente, verifica la documentazione medica e il programma di recupero, trasmettendo quindi gli atti al Magistrato di Sorveglianza per la concessione della detenzione domiciliare e l’imposizione delle opportune prescrizioni.

 

Nel caso invece che il condannato, con pena da scontare fino a diciotto mesi, sia in carcere, potrà presentare la richiesta al Magistrato di Sorveglianza. In ogni caso – anche senza la richiesta dell’interessato – la direzione dell’istituto di pena preparerà per ciascun detenuto, che rientra nelle condizioni previste dalla legge, una relazione sul comportamento tenuto durante la detenzione e sulla idoneità dell’alloggio, oppure raccoglierà la documentazione medica e terapeutica, qualora si tratti di persona dipendente da droga o alcool intenzionata a seguire un programma di cura. Il Magistrato di Sorveglianza provvederà con un’ordinanza, imponendo le opportune prescrizioni.

 

La legge n. 199/2010, in caso di evasione dalla detenzione domiciliare (art. 385 codice penale), inasprisce le pene portandole da un minimo di un anno di reclusione a un massimo di tre (fino a cinque se vi sono violenza o effrazione, fino a sei se con armi).


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • Legge 26 novembre 2010, n. 199, “Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno” (Gazzetta ufficiale n. 281 del 1-12-2010 ). (Sintesi del contenuto della legge e scheda di lettura);
  • decreto legge 22 dicembre 2011, n. 2011, "Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri" (Gazzetta ufficiale n. 297 del 22-12-2011);
  • legge 21 febbraio 2014 n. 10 di conversione del decreto-legge 23 dicembre 2013 n. 146.

 

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INFORMAZIONI

COME SANZIONE ALTERNATIVA ALLA DETENZIONE per cittadini extracomunitari irregolarmente in Italia.

Il cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione europea, irregolarmente presente in Italia, detenuto con pena – o residuo di pena da scontare – inferiore ai due anni (a meno che si tratti di delitti particolarmente gravi), deve essere espulso dal territorio nazionale. Si tratta di una sanzione alternativa alla detenzione, prevista dall’art. 16, comma 5, del Testo unico sull’immigrazione (Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, come modificato dall’art. 15 della legge 30 luglio 2002, n.189, “Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo”).

Trattandosi di una procedura prescritta dalla legge, il carcere, dove lo straniero è detenuto, generalmente comunica all’Ufficio di Sorveglianza nome e posizione giuridica di coloro, il cui fine pena sta avvicinandosi ai due anni, in modo che si effettui per tempo la necessaria istruttoria.

L’interessato, se desidera essere espulso e tornare al proprio Paese invece di restare altri due anni in prigione in Italia, può facilitare il lavoro dell’ufficio presentando istanza di espulsione, corredata da alcuni documenti. L’istanza non è necessaria, poiché come già detto l’espulsone è obbligatoria, però può essere utile al detenuto che desideri tornare in patria, in quanto riduce i tempi di attesa in carcere. In particolare il detenuto dovrà:

  • allegare un documento di identità o una certificazione anagrafica originale, tradotta e legalizzata (la legge prevede, infatti, che il Magistrato debba acquisire informazioni sulla identità e nazionalità dell’interessato);
  • dichiarare la propria condizione irregolare, per mancanza di permesso di soggiorno;
  • specificare di non essere colpevole di delitti particolarmente gravi (quelli dettagliatamente elencati nell’art. 407, comma 2 lettera “a” del c.p.p., ovvero devastazione, saccheggio e strage; guerra civile; associazione di tipo mafioso; associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi; omicidio;sequestro di persona; terrorismo ed eversione; traffico o detenzione di armi da guerra; traffico o detenzione di stupefacenti, in associazione o aggravato; reati connessi alla prostituzione e minorile e alla pedo-pornografia; reati sessuali, fatta eccezione per quelli consumati o tentati di rapina ed estorsione aggravate);
  • specificare di non essere colpevole di delitti concernenti la disciplina dell’immigrazione (Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286). Per documentare questo punto e il precedente, è necessario indicare gli estremi della sentenza di condanna (numero, data, autorità che l’ha emessa) e può essere utile allegarne copia.

L’espulsione è disposta dal Magistrato di Sorveglianza, che decide con decreto motivato, al quale lo straniero può opporsi appellandosi entro dieci giorni al Tribunale di Sorveglianza. L’espulsione è eseguita dal questore competente per il luogo di detenzione, facendo accompagnare dalla forza pubblica il detenuto straniero al posto di frontiera.

L’espulso potrà fare ritorno in Italia solo dopo che saranno trascorsi dieci anni, altrimenti dovrà scontare la pena residua. L’espulsione dello straniero detenuto può essere disposta anche se è provvisto di regolare permesso di soggiorno ma ritenuto, sulla base di elementi di fatto:

  • abitualmente dedito a traffici delittuosi o alla commissione di reati contro i minorenni e contro la sanità e la sicurezza pubblica (art. 1 legge 27 dicembre 1956 n. 1423 “Misure di prevenzione nei confronti di persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità);
  • indiziato di appartenere a associazioni di tipo mafioso (art. 1 legge 31 maggio 1965, n. 575, “Disposizioni contro la mafia”).

Non possono essere espulsi (art. 19 D.L.vo 286/1998) i cittadini extracomunitari che potrebbero essere perseguitati, nel proprio Paese, per motivi razziali, religiosi, politici, o per condizioni sociali o personali, o se vi sia il rischio che i cittadini vengano rinviati in un altro Paese dove sarebbero perseguitati.

Non si possono espellere i cittadini stranieri minori di diciotto anni, o in possesso della carta di soggiorno rilasciata dalle autorità italiane, o conviventi con parenti o coniuge italiani, o donne in stato di gravidanza o con figli nati da meno di sei mesi.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, artt. 13-17 e 19.
  • Art. 407 Codice di procedura penale.

 

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INFORMAZIONI

Al condannato a pena detentiva che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione è concessa una detrazione di quarantacinque giorni per ogni semestre di pena scontata. Lo prevede l’art. 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

 

La liberazione anticipata viene richiesta dal condannato o dal suo difensore con istanza scritta (in carta semplice, senza marche da bollo). Gli istituti di pena dispongono generalmente di moduli appositi. Un fac-simile di istanza è stato predisposto anche in questo sito (vedi sotto). La domanda va indirizzata al Magistrato di Sorveglianza, che ha giurisdizione sull’istituto in cui l’interessato è detenuto al momento della richiesta; oppure, se l’interessato è libero, al Magistrato di Sorveglianza competente sul luogo in cui ha la residenza.

 

Con decreto legge n. 140/2013 convertito nella legge 21/02/14 n. 10 è stata introdotta la liberazione anticipata speciale che consente ai detenuti con esclusione di quelli condannati per i reati di cui all’art 4 bis o.p. , che a decorrere dal 1 gennaio 2010, abbiano già usufruito della liberazione anticipata, di beneficiare di una maggiore detrazione di trenta giorni, sempre che, nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione del beneficio, abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione.

Occorre:

  • indicare le generalità e i recapiti di chi chiede la liberazione anticipata;
  • indicare se si sta espiando la pena in regime carcerario o in regime di misura alternativa (e specificare quale);
  • indicare con precisione la sentenza in esecuzione (numero, data, tipo di sentenza, autorità giudiziaria che l’ha emessa);
  • indicare i semestri per i quali si richiede il beneficio, con le date di inizio e fine di ciascun semestre e il luogo dove si è scontata la pena (carcere o luogo di effettuazione della misura alternativa).

Il Magistrato di Sorveglianza concede il beneficio della liberazione anticipata qualora ve ne siano i presupposti (la partecipazione all’opera di rieducazione e il mantenimento di corretti e costruttivi rapporti con gli operatori, con i compagni, con la famiglia, con la comunità esterna), documentati da una apposita relazione comportamentale della direzione del carcere, dell’Uepe o dell’autorità preposta alla vigilanza (Carabinieri o Commissariato di Pubblica Sicurezza). Ovviamente, nega il beneficio nel caso di comportamento scorretto in carcere o nel caso di mancato rispetto delle prescrizioni previste per le misure alternative.

 

Attenzione:

  • l’istanza deve riferirsi all’esecuzione di sentenze definitive; se l’interessato è ricorrente o appellante o, a maggior ragione, in custodia cautelare, non può chiedere la liberazione anticipata;
  • l’istanza deve inoltre riferirsi a un solo “titolo” in esecuzione, cioè a una sola sentenza; se l’interessato sta scontando pene relative a diverse sentenze, oppure ha un “presofferto” (cioè ha scontato nel passato un periodo di pena) relativo ad altre sentenze, è meglio chieda, e attenda, il cosiddetto “cumulo”, cioè il calcolo preciso di quanto ha scontato e quanto deve scontare, su cui poi applicare il beneficio della liberazione anticipata;
  • l’istanza può essere presentata anche poco prima della scadenza del semestre a cui si riferisce: l’istruttoria però inizierà il giorno della scadenza del semestre (altrimenti le informazioni sul comportamento non potrebbero tenere conto dell’intero periodo);
  • nel caso la concessione del beneficio, detraendo i 45 giorni di condanna, faccia scattare il “fine pena” e determini così l’effettiva liberazione, l’Ufficio di Sorveglianza effettua un’istruttoria particolarmente veloce; però le necessarie informazioni e autorizzazioni, sebbene sollecitate, potrebbero non arrivare in tempo e comportare qualche giorno di ritardo nell’emissione dell’ordinanza e nella conseguente liberazione.

La liberazione anticipata è un riconoscimento dell’impegno del condannato, non propriamente una misura alternativa alla detenzione, sebbene l’art. 54 della legge 354/1975 si trovi all’interno del Capo VI, dedicato alle “Misure alternative alla detenzione”.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • Legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, art. 54;
  • Legge 21 febbraio 2014 n. 10;
  • D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà”, art. 103.

     

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INFORMAZIONI

La liberazione condizionale è l'antesignana delle misure alternative alla detenzione. E’ prevista dall’art. 176 del codice penale e può essere concessa dal Tribunale di Sorveglianza qualora il condannato, nel periodo trascorso in carcere, abbia tenuto un comportamento tale “da far ritenere sicuro il suo ravvedimento”. Dovrà inoltre aver scontato in carcere almeno trenta mesi e, comunque, qualora la pena che rimane da scontare sia inferiore a cinque anni, almeno metà della pena. Per i recidivi, la pena già scontata deve essere di quattro anni, e non meno di tre quarti del totale. Gli ergastolani devono aver trascorso 26 anni in carcere. E’ necessario inoltre aver adempiuto alle obbligazioni civili derivanti dal reato (risarcimenti, multe o ammende, spese di giustizia).

Dall’entrata in vigore della legge di riforma dell’ordinamento penitenziario (la cosiddetta “legge Gozzini”, n. 354/1975), è stata richiesta e applicata sempre meno, sia perché le misure alternative dell’affidamento in prova ai servizi sociali, della detenzione domiciliare e della semilibertà sono più articolate e flessibili, sia perché il requisito del “sicuro ravvedimento” è difficilmente verificabile. In taluni casi, viene tuttora richiesta per i condannati a lunghe pene detentive.

La liberazione condizionale prevede (art. 230 c.p.) che l’interessato, ottenutala, sia sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata, con eventuali prescrizioni, per il periodo rimanente di pena da espiare.

La liberazione condizionale viene revocata in caso di altra condanna o di mancato rispetto delle prescrizioni e il tempo trascorso fuori dal carcere potrà non essere considerato come pena espiata. Per completezza di informazione, anche per la compilazione dell’istanza di concessione della liberazione condizionale si presenta un fac-simile di istanza (vedi sotto).


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • Artt. 176, 177 e 230 Codice penale.
  • Art. 682 Codice di procedura penale

 

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INFORMAZIONI

Le misure alternative alla detenzione consentono al soggetto che ha subito una condanna di scontare, in tutto o in parte, la pena detentiva fuori dal carcere. In questo modo si cerca di facilitare il reinserimento del condannato nella società civile sottraendolo all'ambiente carcerario. Le misure alternative alla detenzione, regolate dagli artt. 47-52 della legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario, si applicano esclusivamente ai detenuti definitivi (cioè con sentenza non più impugnabile) e sono principalmente: l'affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la semilibertà. Per ciascuna delle voci in grassetto, si rimanda alle spiegazioni del “glossario”, principalmente per le condizioni di ammissibilità ed in particolare, per il "residuo pena" necessario per poterne beneficiare. Alla voce tossicodipendenza del “glossario” sono indicate le condizioni di ammissibilità previste per chi intenda sostenere un programma terapeutico, concordato con una unità sociale socio-sanitaria, contro l’abuso patologico di sostanze stupefacenti o bevande alcooliche.

Oltre a queste misure alternative alla detenzione, sono previste anche la liberazione condizionale (art. 176 c.p.) e, per i cittadini di uno stato non appartenente all’Unione europea irregolarmente presenti in Italia, condannati o detenuti, l’espulsione dal territorio italiano come sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione: ad esse sono dedicate altre, specifiche parti di questo sito, nel “glossario” e nella sezione “come presentare le istanze”.

Rientra nelle misure alternative anche la detenzione domiciliare concessa ai condannati con pena detentiva (anche residua) non superiore a diciotto mesi mesi, come previsto dalla legge 26 novembre 2010, n. 199 e succ. modifiche, “Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno”. Per tale legge, si veda l’apposito “come presentare le istanze: detenzione domiciliare, legge 199/2010” in questa sezione del sito.

Il diverso grado di libertà contraddistingue le varie misure: la semilibertà prevede di compiere un’attività fuori dal carcere per una parte della giornata, tornando nell’istituto penitenziario quando non si svolge tale attività; la detenzione domiciliare permette di trascorrere tutto il tempo fuori dall’istituto, in un luogo determinato (abitazione, comunità, luogo di cura o assistenza) potendosene allontanare solo con l’autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza, per brevi periodi e particolari ragioni, in casi e in ore stabiliti, con la vigilanza delle forze dell’ordine; l’affidamento in prova al servizio sociale è la misura alternativa con il grado di libertà maggiore, con possibilità di spostamento anche ampia, se motivata, ma sempre con l’autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza e la supervisione dell’Ufficio per l’esecuzione penale esterna (Uepe, un tempo chiamato Centro servizi sociali per adulti).

I criteri di ammissibilità sono vari e tengono conto innanzitutto dell’entità della condanna, della pena già espiata e da espiare, che andranno poi rapportate anche a determinate condizioni soggettive (per esempio età, stato di salute, stato di gravidanza, tossicodipendenza, presenza di figli con età massima di dieci anni).

La concessione di una misura alternativa deve essere chiesta al Tribunale o al Magistrato di Sorveglianza, secondo i criteri di ammissibilità propri di ciascuna misura. I detenuti che hanno beneficiato di permessi premio, senza trasgredire le prescrizioni, durante la permanenza in carcere, hanno maggiore probabilità che sia loro concessa una misura alternativa.

Nel caso il prolungarsi della permanenza in carcere possa costituire un grave pregiudizio il detenuto è possibile chiedere l’applicazione provvisoria della detenzione domiciliare art 47 ter co. 1 quater o.p. e dell’affidamento in prova al servizio sociale (art. 47, comma 4 ordinamento penitenziario). L’istanza va indirizzata al Magistrato di Sorveglianza competente per il territorio dove si trova il carcere, il quale concederà o meno la misura alternativa in via provvisoria valutando la presenza del “grave pregiudizio”, la sussistenza dei presupposti per l'ammissione all'affidamento in prova e l’assenza di pericolo di fuga. Gli atti verranno immediatamente passati al Tribunale di Sorveglianza che prenderà la decisione definitiva entro quarantacinque giorni. Le istanze di concessione di misure alterative in via provvisoria per casi in cui la permanenza in carcere non costituisca “grave pregiudizio”, sono ritenute inammissibili.

Possono beneficiare di una misura alternativa anche persone non detenute, cioè coloro i quali, al momento della condanna a una pena non superiore a tre anni di reclusione o a quattro anni di reclusione (art 47 ter co. 1 ord. Pen.) o a sei anni, se si tratta di soggetto dipendente da alcool o droga, siano in stato di libertà: il pubblico ministero, come prevede l’art. 656 del codice di procedura penale, sospende l’esecuzione della sentenza per trenta giorni, entro i quali l’interessato (o il difensore) potrà presentare istanza di concessione di una misura alternativa. L’istanza va indirizzata al pubblico ministero, il quale la trasmetterà al Tribunale di Sorveglianza che deciderà entro quarantacinque giorni.

Verificate le condizioni di ammissibilità, la concessione di una misura alternativa è decisa dal Magistrato (in via provvisoria) o dal Tribunale sia sulla base delle valutazioni relative all’interessato (per esempio la cosiddetta “residua pericolosità sociale”, il comportamento in carcere, eventuali collegamenti con la criminalità organizzata) sia sulla base di presupposti oggettivi. Per esempio, per ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali è generalmente opportuno avere un posto di lavoro, documentandolo con una dichiarazione del futuro datore di lavoro, e un’abitazione, documentandolo con una dichiarazione di disponibilità all’ospitalità da parte dei familiari. Per la detenzione domiciliare può bastare l’abitazione. La semilibertà può essere concessa se vi è un lavoro o un’altra occupazione (per esempio, la documentata frequenza di corsi di istruzione) ma non sussistono i requisiti per la concessione dell’affidamento in prova o della detenzione domiciliare. In tal caso, può essere concessa anche se nell’istanza per l’ammissione alle misure alternative non era stata esplicitamente richiesta.

Se la misura alternativa è chiesta da persone tossicodipendenti o alcooldipendenti, è necessaria la certificazione rilasciata dai Sert delle ASL dello stato di tossicodipendenza o alcool dipendenza (la quale deve includere anche l’indicazione delle modalità seguite per porre la diagnosi) e la presenza di un idoneo programma terapeutico, approvato dai Sert delle ASL. Ulteriore documentazione occorrerà nel caso si intenda seguire un programma di disintossicazione residenziale, presso una comunità terapeutica.

Data la varietà di criteri, possibilità e condizioni, per la redazione di un’istanza di concessione di misura alternativa – e per l’approfondimento sulla “strategia” di richiesta da adottare, le motivazioni da indicare e la documentazione da produrre – è forse preferibile consultare un avvocato. Sono stati comunque predisposti, come indicazione per così dire “di base”, due fac-simile di istanza (vedi sotto): uno per chiedere la concessione delle misure alternative e un altro per chiedere la concessione provvisoria delle misure alternative.

Merita ricordare che il Tribunale di Sorveglianza può concedere una misura alternativa diversa da quelle chieste nell’istanza presentata dall’interessato.

Nel caso l’istanza di concessione di misura alternativa non sia accolta, si da inizio o si riprende l’esecuzione della pena in regime carcerario. Nel caso l’affidato in prova, il detenuto domiciliare o il semilibero violino le prescrizioni assegnate, la misura alternativa può essere sospesa o revocata e l’interessato dovrà scontare la pena in carcere senza poter richiedere, prima che siano trascorsi tre anni, la concessione di altre misure alternative, di permessi-premio, di attività lavorativa all’esterno dell’istituto penitenziario (art. 58 quater legge 354/1975).


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • artt. 47-52 e 58 legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario”;
  • art. 656 c.p.p.;
  • art. 176 c.p. e 682 c.p.p.;
  • art. 16, Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”.

 

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INFORMAZIONI

La persona condannata a una pena pecuniaria, qualora si trovi temporaneamente nell’impossibilità di pagarla, può chiedere la rateizzazione del pagamento.

 

La domanda, in carta semplice (senza marche da bollo), deve essere indirizzata al Magistrato di Sorveglianza competente sul luogo in cui l’interessato ha la residenza o il domicilio. L’interessato può farsi assistere da un avvocato per redigere la domanda e partecipare all’udienza camerale, oppure può utilizzare per la domanda il fac-simile di istanza (vedi sotto) e rimettersi, per l’udienza camerale, al difensore d’ufficio, eventualmente chiedendo anche l’ammissione al patrocinio gratuito (vedi “come fare per presentare istanza di patrocinio a spese dello stato” in questo sito).

 

Occorre:

  • indicare le generalità di chi chiede la rateizzazione della pena pecuniaria;
  • indicare con precisione la sentenza o il decreto penale per cui si chiede il beneficio (tipo di provvedimento, numero, data, autorità giudiziaria che l’ha emesso) e allegarne fotocopia;
  • indicare con precisione l’importo della pena pecuniaria che si deve pagare (allegando copia dell’eventuale notifica inviata dalla Agenzia per la riscossione competente per territorio), il numero delle rate mensili con cui si intende effettuare il pagamento (non più di trenta) e il relativo importo mensile;
  • spiegare e documentare il motivo per cui non è possibile pagare in una unica soluzione:
  • mancanza di lavoro, problemi di salute, ecc. (allegare modello “Cud” di dichiarazione dei redditi, certificato di disoccupazione o di mobilità, libretto del lavoro, certificati sanitari, ecc);
  • necessità di provvedere ai familiari a carico e alle loro necessità (allegare stato di famiglia e documentazione);
  • spese importanti e non eliminabili, per esempio affitto dell’abitazione, rate del mutuo per l’abitazione, ecc. (allegare il contratto d’affitto o la documentazione bancaria);
  • quant’altro ritenuto utile (allegando documentazione).

La disciplina che regola le pene pecuniarie prevede, qualora il pagamento non avvenga spontaneamente entro i termini fissati, l’iscrizione a ruolo da parte dell’Agenzia per la riscossione. L’art. 1, comma 367, della legge 24 dicembre 2007, ha previsto la costituzione di Equitalia Giustizia, una società per azioni per la gestione dei crediti relativi alle spese di giustizia e alle pene pecuniarie (D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, Testo unico delle spese di giustizia). Equitalia avvia le procedure di riscossione (dalla comunicazione ai solleciti fino al recupero coattivo) e potrebbe proseguirle anche dopo che l’interessato ha presentato istanza di rateizzazione. Si suggerisce, pertanto, di inviare a Equitalia copia dell’istanza di rateizzazione con il timbro “depositato” apposto dalla cancelleria dell’Ufficio di Sorveglianza, oppure copia autenticata del decreto di fissazione dell’udienza in cui verrà trattato il procedimento di rateizzazione.

E’ fondamentale, per accelerare i tempi dell’istruttoria, allegare alla domanda presentata all’Ufficio di Sorveglianza tutta la documentazione idonea a comprovare quanto dichiarato e quanto richiesto. La documentazione renderà più agevoli i controlli che l’Ufficio compirà in ogni caso attraverso le Forze dell’ordine, le banche dati del Ministero della giustizia, quelle del Ministero dell’economia e delle finanze, gli operatori socio-sanitari e quanti in possesso di informazioni utili alla valutazione.

La decisione sulla rateizzazione della pena pecuniaria è presa dal Magistrato di Sorveglianza dopo aver compiuto gli accertamenti, esaminato gli atti e sentito le parti (l’interessato e/o il suo avvocato e il Pubblico ministero) in udienza camerale.

CONVERSIONE DELLA PENA PECUNIARIA IN LIBERTA' CONTROLLATA O LAVORO SOSTITUTIVO

La rateizzazione viene generalmente concessa in caso di insolvenza, cioè di difficoltà economica che impedisce temporaneamente di pagare. Diversa è la condizione di insolvibilità, cioè di impossibilità permanente per il condannato di pagare la pena pecuniaria. In tal caso l’interessato non deve fare nulla: la società per la gestione dei crediti, dopo aver cercato di applicare anche le procedure esecutive di recupero forzoso (ad esempio pignoramenti o ipoteche) invierà gli atti alla Procura della Repubblica che li trasmetterà al Magistrato di Sorveglianza il quale, verificata l’effettiva e permanente impossibilità di pagare, potrà disporre la conversione della pena pecuniaria nella libertà controllata o nel lavoro sostitutivo, nella misura di un giorno ogni 250 euro di pena pecuniaria. A questo punto, l’interessato potrà chiedere il “differimento della conversione” per un massimo di sei mesi, cioè chiedere altri sei mesi di tempo per poter pagare la pena pecuniaria prima di iniziare la liberà controllata o il lavoro sostitutivo. Il pagamento della pena pecuniaria è comunque possibile in qualsiasi momento, anche dopo la conversione.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • art. 660, 3° c. c.p.p.
  • art. 133 ter c.p.
  • D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, Testo unico delle spese di giustizia, in particolare la parte VII dedicata alla riscossione.
  • Legge 689/1981, art. 105.

 

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INFORMAZIONI

Il “diritto di reclamo” è previsto dagli artt. 35, 35-bis-35-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

Tra i compiti della Magistratura di Sorveglianza vi è anche quello di vigilare sulla organizzazione degli istituti di prevenzione e di pena: ne consegue che potrà ricevere ed esaminare eventuali comunicazioni – istanze, lamentele, reclami, proposte e quant’altro – presentate dai detenuti.

Le impugnazioni e i reclami sono trattati – salvo le eccezioni previste dalle norme – secondo la consueta via gerarchica: contro le decisioni della direzione dell’istituto di pena ci si rivolge al Magistrato di Sorveglianza, contro le decisioni di quest’ultimo al Tribunale di Sorveglianza, infine alla Corte di cassazione.

Reclami “generici” art 35 o.p.

I detenuti possono rivolgere istanze e reclami, anche in busta chiusa, al direttore dell’istituto, al Magistrato di Sorveglianza, alle autorità in visita all’istituto, al presidente della Giunta regionale, al Presidente della Repubblica.

Reclami giurisdizionali (art 35 bis o.p.)

  • Contro i provvedimenti riguardanti la violazione dei diritti dei detenuti e gli addebiti disciplinari: i reclami vanno indirizzati al Magistrato di Sorveglianza (art. 69 legge 354/1975).
  • Contro i provvedimenti riguardanti il regime di Sorveglianza particolare in carcere, i reclami vanno indirizzati al Tribunale di Sorveglianza (art. 14 ter legge 354/1975).

Reclami giurisdizionali (art 35-ter o.p.)

In caso di trattamento inumano e degradante, su istanza del detenuto, il Magistrato di Sorveglianza dispone, a titolo di risarcimento del danno, una riduzione di pena detentiva pari ad un giorno per ogni dieci giorni di reclusione, con previsione, in favore di coloro che non sono più detenuti di un risarcimento del danno di € 8,00 per ciascuna giornata di detenzione.

 

Reclami e impugnazioni contro specifici provvedimenti del Magistrato di Sorveglianza

Vanno indirizzati al Magistrato di Sorveglianza (che ne prenderà nota e poi li inoltrerà al Tribunale di Sorveglianza, allegando i relativi fascicoli, per la trattazione e la decisione in udienza collegiale) e possono riguardare:

  • esecuzione delle pene presso il domicilio (Legge 199/2010);
  • permessi (art. 30 bis o.p.);
  • liberazione anticipata (art. 69 bis o.p.) ordinaria e speciali;
  • espulsione dallo Stato (art. 16 D. L.vo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”) e in questo caso si parla di "opposizione", non di "reclamo";
  • ordinanze dei Magistrati di Sorveglianza in materia di misure di sicurezza ( art. 680 c.p.p.).
  • ordinanze dei Magistrati di Sorveglianza in materia di violazione dei diritti dei detenuti e di addebito disciplinare;
  • ordinanza dei Magistrati di Sorveglianza in materia del diritto del detenuto al risarcimento del danno per condizioni inumane e degradanti.

I reclami vanno presentati entro quindici giorni dalla comunicazione del provvedimento, o entro 24 ore per i permessi. Possono essere redatti dall’interessato (anche sulla base del fac-simile di istanza disponibile alla fine di questa pagina) oppure dal suo avvocato di fiducia. Anche il pubblico ministero può proporre reclamo.

E’ possibile allegare eventuale documentazione a sostegno delle ragioni del reclamo. Il Magistrato che ha emesso il provvedimento impugnato non farà parte del collegio del Tribunale che esaminerà l’impugnazione.

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INFORMAZIONI

La persona condannata, che si trova in disagiate condizioni economiche e che ha mantenuto una condotta regolare, può chiedere l’esenzione dal pagamento delle spese del procedimento giudiziario e del mantenimento in carcere. Questo vale sia per i condannati che hanno scontato la pena (o parte di essa) in carcere, sia per gli internati sottoposti a misura di sicurezza detentiva in istituto, sia per i condannati a pena non detentiva (che chiederanno ovviamente solo l’esenzione dal pagamento delle spese del procedimento giudiziario).

Solo le spese del procedimento giudiziario e del mantenimento in carcere possono essere “rimesse”, cioè annullate: non si può chiedere la “remissione del debito” per le pene pecuniarie e per debiti di altro genere. La domanda, in carta semplice (senza marche da bollo), può essere presentata dall’interessato, o dai congiunti, o dal consiglio di disciplina dell’istituto dove è detenuto.

La domanda deve essere indirizzata al Magistrato di Sorveglianza che ha giurisdizione sull’istituto in cui l’interessato è detenuto o internato al momento della richiesta; oppure, se l’interessato è libero, al Magistrato di Sorveglianza competente sul luogo in cui ha la residenza o il domicilio. L’interessato può farsi assistere da un avvocato per redigere la domanda e partecipare all’udienza camerale, oppure può utilizzare il fac-simile di istanza (vedi sotto) e rimettersi, per l’udienza camerale, al difensore d’ufficio.

Occorre:

  • indicare generalità e indirizzo di chi chiede la remissione del debito;
  • indicare con precisione le sentenze per le quali si chiede il beneficio (numero, data, tipo di sentenza, autorità giudiziaria che l’ha emessa) e possibilmente allegarne fotocopia: la mancanza o l'imprecisione di tali riferimenti può essere causa di inammissibilità della domanda;
  • specificare dove è stata scontata la pena (istituti e periodi) e, se si sono già effettuati dei pagamenti per spese giudiziarie o per spese di mantenimento in carcere, allegare copia delle ricevute;
  • spiegare brevemente il motivo per cui ci si trova in disagiate condizioni economiche (mancanza di lavoro, problemi di salute, ecc.) e allegare la relativa documentazione (modello “Cud” di dichiarazione dei redditi, certificato di disoccupazione o di mobilità, libretto del lavoro, certificati sanitari, e quant’altro ritenuto utile);
  • dichiarare di aver tenuto una condotta regolare sia durante la detenzione sia, successivamente alla commissione del reato, in libertà (e possibilmente allegare attestazioni o testimonianze in merito).

E’ fondamentale, per una rapida istruttoria della domanda, allegare tutta la documentazione necessaria a comprovare quanto dichiarato e quanto richiesto. La documentazione renderà più agevoli i controlli che l’Ufficio di Sorveglianza compirà in ogni caso attraverso le Forze dell’ordine e, in particolare, la Guardia di Finanza, le banche dati del Ministero della giustizia, quelle del Ministero dell’economia e delle finanze, le direzioni degli istituti di pena, gli operatori socio-sanitari.

La decisione sulla remissione del debito è presa dal Magistrato di Sorveglianza dopo aver esaminato gli atti e sentito le parti (l’interessato e/o il suo avvocato e il Pubblico ministero) in udienza camerale.

Attenzione: verificare se chiedere la remissione del debito convenga davvero, considerando anche l’onorario che si dovrà pagare all’avvocato, sia di fiducia sia nominato d’ufficio. L’assistenza del difensore, infatti, è obbligatoria, poiché si tratta di attività penale.

Eventualmente, qualora le condizioni economiche non permettano di pagare l’avvocato, si può presentare istanza di ammissibilità al patrocinio a spese dello Stato (vedi).


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • art. 6 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, “Testo unico in materia di spese di giustizia”, che ha sostituito l’art. 56 della legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario”, 
  • art. 106 D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario”.

 

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La persona che desidera cancellare completamente gli effetti di una condanna penale, tornando a essere come un incensurato, può chiedere la riabilitazione. La riabilitazione può essere chiesta dopo che sono trascorsi tre anni (o otto per i recidivi aggravati, o dieci per i delinquenti abituali) dall’espiazione della pena: si rimanda alla lettura del Vademecum per la domanda di riabilitazione (vedi scheda allegata) per le spiegazioni dettagliate sui termini e le condizioni di ammissibilità della domanda.

La domanda, in carta semplice (senza marche da bollo), deve essere rivolta al Tribunale di Sorveglianza di Potenza. L’interessato può farsi assistere da un avvocato per redigere e verificare l’ammissibilità della domanda oppure può utilizzare per la domanda il fac-simile di istanza (vedi sotto).

E’ necessario:

  • indicare le generalità di chi chiede la riabilitazione;
  • indicare le sentenze e/o i decreti penali per cui si chiede la riabilitazione (se conosciuti, specificare numero, data, autorità giudiziaria che l’ha emessa, data di fine espiazione o estinzione della pena detentiva e della pena pecuniaria); altrimenti riportare la dicitura “tutte le condanne presenti nel casellario giudiziale”;
  • indicare il motivo per cui si chiede la riabilitazione. Da un’istanza contenente queste informazioni, la cancelleria del Tribunale di Sorveglianza apre il fascicolo e istruisce la procedura di riabilitazione.

E’ necessario, inoltre, al momento della presentazione dell’istanza o anche in un momento successivo, a integrazione della stessa, documentare il risarcimento del danno o l’impossibilità di farlo e l’attività riparatoria:

  • allegando una dichiarazione autentica della persona offesa o degli eredi di aver ricevuto il risarcimento e di ritenersi soddisfatta, accompagnata da copia di un loro documento di identità;
  • nel caso non esistano o non si trovino le parti offese, allegare la documentazione dei tentativi effettuati per rintracciarle e, con un’integrazione dell’istanza, proporre al Magistrato di Sorveglianza un’attività riparatoria, per esempio versamenti a associazioni che curano gli interessi di vittime di reati analoghi a quello commesso, e chiedere l’autorizzazione a compierla, allegando poi la relativa documentazione;
  • oppure allegare documentazione comprovante le condizioni personali ed economiche disagevoli che impediscono, anche parzialmente, il risarcimento o l’attività riparatoria (modello “Cud” di dichiarazione dei redditi, certificato di disoccupazione o di mobilità, libretto del lavoro, certificati sanitari, ecc.).

Per velocizzare la procedura è utile:

  • allegare fotocopia delle sentenze e/o decreti penali per cui si chiede la riabilitazione;
  • verificare di non avere procedimenti giudiziari in corso (“carichi pendenti”) o altre condanne oltre a quelle per cui si chiede la riabilitazione;
  • documentare il pagamento delle spese processuali e di mantenimento nell’istituto penitenziario, allegando le ricevute di pagamento.

La documentazione fornita non sostituirà ma renderà più facili e più rapidi i controlli che la cancelleria del Tribunale di Sorveglianza compirà in ogni caso attraverso le Forze dell’ordine, le banche dati del Ministero della giustizia, quelle del Ministero dell’economia e delle finanze, le direzioni degli istituti di pena.

Può essere utile inoltre:

  • documentare una effettiva e costante buona condotta, allegando per esempio attestazioni comprovanti la spontanea partecipazione ad attività socialmente utili o realizzazione di iniziative benefiche; attestazioni comprovanti un particolare impegno posto nelle attività personali (lavoro, studio, famiglia); o quant’altro ritenuto idoneo;
  • fornire e documentare ogni altro elemento utile per l’accoglimento della domanda di riabilitazione.

Dopo la comunicazione della data dell’udienza in cui si tratterà la riabilitazione, è opportuno esaminare il fascicolo relativo al procedimento per controllare che la documentazione sia completa.

La decisione sulla riabilitazione è presa dal Tribunale di Sorveglianza senza la presenza delle parti con ordinanza comunicata al pubblico ministero e notificata all'interessato. Contro l'ordinanza possono proporre opposizione il pubblico ministero e l'interesssato davanti al Tribunale di Sorveglianza entro 15 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione dell'ordinanza.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • artt. 178 e seg. del codice penale;
  • art. 683 codice procedura penale;
  • art. 667 comma 4 codice procedura penale.

 

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Il pubblico ministero, l’interessato e, in determinati casi, l’amministrazione penitenziaria, possono proporre ricorso per cassazione contro le ordinanze del Tribunale di Sorveglianza (art. 71 ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”).

Il ricorso può riguardare, per esempio, un’ordinanza del Tribunale in cui non si concede una misura alternativa alla detenzione, o un’ordinanza del Tribunale in cui viene respinto il reclamo presentato da un condannato contro la decisione del Magistrato di Sorveglianza di non concedere “i giorni” di liberazione anticipata.

I motivi per i quali si può presentare ricorso sono stabiliti dall’art. 606 c.p.p. e riguardano principalmente, nel caso del Tribunale di Sorveglianza, vizi di legittimità (violazioni di legge) o vizi di motivazione (mancanza, contraddittorietà, illogicità, eccetera) nell’ordinanza.

Il ricorso va presentato al Tribunale di Sorveglianza – che ne prenderà nota e lo inoltrerà alla Corte Suprema di Cassazione per la trattazione – entro dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento verso il quale si intende ricorrere. Può essere redatto dall’interessato (vedi il fac-simile di modulo in questo sito) ma è consigliabile, dati i rigorosi criteri di ammissibilità dei ricorsi, avvalersi della consulenza di un avvocato iscritto all’Albo speciale dei “Patrocinanti in Cassazione” (art. 613 c.p.p.).


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

  • art. 71 ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”;
  • artt. 606 e seguenti del codice di procedura penale.

 

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